“Ali”

Risurrezione della carne

Mi rendo conto che spesso dico cose un po’ “originali” e può anche capitare che qualcuno si infastidisca. Ma a volte davvero mi stupisco che ci si stupisca di cose che dovrebbero essere pacifiche… almeno per i cristiani!
“Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna”. In tutte le domeniche di Quaresima lo abbiamo proclamato ad alta voce recitando il “Credo apostolico” durante la Messa.
Nel pensiero comune il cristianesimo è un’opinione. Ormai sempre più esplicitamente considerata ridicola e retrograda, ma comunque un’opinione. Nel migliore dei casi apprezzata e stimabile ma, per restare nel politicamente corretto, semplicemente da rispettare come tutte le opinioni. Pura opinione.
Per un cristiano, però, non è così. Essere cristiano non è avere certe idee, ma vivere in un certo modo. Non è aderire a dei “valori” ma comportarsi a somiglianza di Gesù!
In questo processo di astrazione, di “concettificazione”, ci è finita anche la risurrezione. Appunto come se si trattasse di un concetto. Ne possiamo disquisire, possiamo poi concludere che uno ci può credere o meno, che ognuno è libero di pensarla come vuole… perché tanto è un concetto. Per cui si può anche pensarla come reincarnazione, desiderio di vita, destino dell’essere… Ma per noi cristiani non è così!!! Noi crediamo nella risurrezione della carne!!!
Si tratta di una notizia: rendere noto un fatto. Gli amici di Gesù erano riuniti dopo la sua morte e lui arriva e si mette a parlare con loro. Ne manca uno e quindi subito glielo raccontano ancora sbalorditi. Lui non ci crede e dice che per crederci vuole toccare Gesù. La volta dopo Gesù gli dice di mettere il dito nelle sue piaghe…Cari amici, se non ci fosse la risurrezione della carne cambierei religione! Ovviamente nessuno può descrivere come sarà la carne risorta, ma ciascuno di noi ha esperienza della sua carne mortale. Ciascuno di noi conosce la sua bellezza e la sua fragilità. Conosciamo la tenerezza e la fatica, la sete, la fame, il sonno, il riposo, la bontà del cibo… ciascuno di noi ha “teso la mano” (come dice Gesù a Tommaso) per toccare la carne di un altro e ha capito di essere vivo proprio per quel contatto!
Senza carne non siamo vivi e non saremmo uomini. Credo la risurrezione della carne! Perché credo che sarò uomo per la vita eterna! Non diventeremo angeli (e tantomeno farfalle o lucertole!) perché crediamo che Gesù è il primo dei risorti e noi risorgeremo come lui. Un fatto, una notizia. Non un’idea. Direi proprio… una “buona notizia”!!! Buona Pasqua!
don Lorenzo

Dentro le tue ferite nascondimi

Prima che la vecchiaia e gli occhi ormai spenti lo costringessero a lungo nella sua cella, il monaco Macario percorreva ogni giorno, presto nel mattino, le miglia che lo separavano dalla città. Giungeva a un edificio cadente e spettrale dove ogni notte riparavano derelitti e poveracci di ogni risma: vagabondi, ladruncoli, prostitute, disperati senza dimora e soprattutto malati di cui nessuno si prendeva cura, spesso devastati da piaghe orribili e purulente. Era a questi ultimi che Macario dedicava le sue attenzioni. Tirava fuori dalla sua sporta bende e pomate, medicamenti e balsami e fasciava con pazienza le ferite di tutti senza nulla dire, a volte soltanto mormorando una preghiera, sorridendo con affetto a quelle creature piagate e sporche, lavandole con l’acqua fresca di una fonte vicina. Col passare dei giorni e il venir meno delle energie e della vista, le sue visite divennero sempre più rare, finché si interruppero del tutto. Macario, allora, restava seduto a lungo fuori dalla sua cella, in solitudine, a contemplare ad occhi chiusi l’infinito.
Ma di lì a poco, quasi per miracolo, cominciarono ad arrivare da lui uomini e donne devastati nel cuore che portavano nel segreto dell’anima innumerevoli piaghe nascoste, quelle che nessuno vede e forse per questo fanno ancora più soffrire. Macario ascoltava, taceva, raramente suggeriva, si lasciava commuovere, e le sue lacrime guarivano i cuori desolati, consolavano e accarezzavano, scendevano come rugiada negli abissi delle coscienze turbate regalando ristoro e pace. I suoi occhi ciechi vedevano distintamente nei baratri della sofferenza.
Un giorno l’anziano morì. Lo trovò nella sua cella il giovane Bonaventura, un fratello che se ne prendeva cura portandogli ogni giorno un pezzo di pane e una provvista d’acqua, e sostenendolo nelle minime necessità. Macario giaceva a terra, il corpo ormai freddo rivolto ad oriente, le mani aggrappate al crocifisso che portava sempre con sé. Era il mattino di Pasqua. Furono avvisati i monaci, che terminate le sacre liturgie corsero alla cella del vegliardo. Pregarono e piansero a lungo davanti al suo corpo, poi iniziarono a spogliarlo per deporlo, secondo le sue volontà, nudo nella nuda terra; ma grande fu la sorpresa quando videro all’altezza del costato una ferita del tutto simile a quella del crocifisso che Macario stringeva tra le mani, quasi una copia, un ingrandimento della piaga del corpo del Signore. Interrogarono allora il giovane Bonaventura, che sulle prime non volle dir nulla ma vinto dalla dolce insistenza dei fratelli affermò che sì, sapeva di quella ferita, anche se il vecchio monaco non ne parlava con nessuno e non se ne dava cura. Quanto a lui – disse – si era fatto un’idea precisa al proposito. Macario aveva contemplato e curato così a lungo le ferite degli uomini, quelle del corpo e dello spirito, dei vicini e del mondo lontano, che le piaghe e gli infiniti dolori dell’umanità gli si erano stampati nella carne. Di più, aggiunse. Macario aveva trovato il punto prospettico da cui contemplare gli esseri umani e l’intera creazione. C’è chi guarda dall’alto della sua prepotenza, chi giudica e condanna come dal seggio di un tribunale, chi usa e piega ogni cosa ai propri interessi. Il vecchio monaco guardava ogni cosa dalla ferita del costato di Cristo. Lì aveva trovato casa e pace – “nelle tue ferite nascondimi”, recitava un’antica preghiera – da lì ogni realtà sembrava trasfigurata, e non c’era spazio per la malvagità e la perfidia, ma solo per la pietà e un’infinita misericordia. Nulla da stupirsi che le piaghe di Cristo si fossero impresse in lui, e che perfino il suo corpo fosse giunto a somigliare a quello dell’Amato, che l’aveva preso con sé il mattino di Resurrezione. D’altra parte – concluse il monaco – non è forse vero che il cuore vive solo quando sanguina e che non v’è nulla di più intatto di un cuore spezzato?
Alla voce del giovane tutti sostarono meravigliati e stupiti, anche perché l’avevano sempre giudicato un sempliciotto privo di intelletto. E tornando alle loro celle, e meditando nei giorni seguenti su quanto era accaduto, ne ripercorrevano le parole e vi trovavano una straordinaria sapienza. C’è un luogo unico, irripetibile, dove trovare casa e da cui contemplare il mondo e le sue innumerevoli piaghe, e questo luogo è la ferita del costato di Cristo. Da lì perfino il dolore e la morte trovano uno spiraglio di speranza, ogni cosa riceve salvezza, e restano soltanto una tenerezza infinita, una compassione che muove a un pianto di gioia, un amore totale, senza misura.
don Davide

Libero

Il viaggio di Gesù su questa nostra terra è una danza a sfidar tutti gli schemi. Dalla scelta della povertà in cui viene alla luce fino all’impatto del rifiuto nel buio del sepolcro: Dio così! Amo la libertà di Gesù perché disorienta ogni mia aspettativa. Prevedere le sue mosse risulta difficilissimo. Negli ultimi giorni. Affronta il traditore chiamandolo amico; protegge dalla disperazione chi lo rinnega anticipando l’esito delle sue azioni; custodisce la madre dandole una nuova ragione di vita; spiazza chi lo ingiuria invocando il perdono; assorbe la violenza con il dono della preghiera silenziosa; libera la coscienza di chi all’ultimo sulla croce sorseggia rispetto e pietà.
E ancora quanti infiniti frammenti di imprevedibili sorprese: la guardia che lo schiaffeggia riceve nutrimento di sapienza; l’uomo della terra che, costretto, lo aiuta sulla via, prova tale tenerezza che cambia la sua vita; la donna del velo che scavalca il muro dei soldati, riceve impresso il volto della misericordia; il centurione che, tra terremoto e confusione, vede nel corpo martoriato di un innocente l’unico che può essere Dio su questa terra; la generosità di Giuseppe l’anziano che, senza pensarci un attimo, affida il suo sepolcro al reietto e finalmente ci mette la faccia. Ma da dove sgorga tale libertà così imprevedibile e meravigliosa?
Solo chi ha dentro la vera compassione può scardinare tanti e tali schemi… o meglio diciamolo in verità: tanti e tali muri. La compassione muove: come quando con un tocco viene abbattuta la barriera della segregazione per il lebbroso, o quando con lo sfiorare della mano viene sbriciolata la triste bara del giovane di Nain, o ancora con la felice intuizione del racconto viene smantellata l’idea di un nemico straniero samaritano. Questa sorgente segreta del cuore non manda tutti a casa ma fa sedere i moltissimi sull’erba verde in attesa di un pane fresco di comunione: solo la compassione scalza schemi e muraglioni! E tutti si rimane stupiti e leggeri come avvolti da un profumo di libertà divina e umana insieme. L’amore dentro Gesù vìola tutte le regole abbattendo barriere e steccati frutto di paure e ignoranza.
Ora noi. Cari amici di San Gabriele e Santa Maria Beltrade non sentite lo stesso infinito desiderio di qualcosa fuori schema? Anche oggi proprio a questo punto della nostra storia. Le vostre anime, come la mia, stanno sperando in un atto di compassione altissima che faccia volare la libertà di Dio: e così tra le case di città e sui campi di battaglia nel mondo tanto avaro di pietà possa fiorire un destino diverso per chi odia con le armi in mano, per coloro che piangono amici e figli inghiottiti dalla violenza. Un atto di compassione che ci ridesti uomini e donne per quel che siamo in verità!
Gesù vivo, risorto in un giardino, sei libero di spezzare ancora vecchi schemi di abitudini e apatie: irrompi sulla terra a sprigionar profumi di compassione divina.
don Giuseppe

“Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere”

Carissimi, in questa Quaresima tra le diverse proposte della Comunità, ci sono stati i sabati mattina dalle suore dove abbiamo usato come testo sulla preghiera un libro dal titolo “Dieci cammelli inginocchiati”. Questo titolo mi ha molto incuriosito e sono andato a leggerlo in Genesi 24, 10-14: “Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere. E disse: «Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa bontà verso il mio padrone Abramo! Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le figlie degli abitanti della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: “Abbassa l’anfora e lasciami bere”, e che risponderà: “Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere”, sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone»”.
Mentre sono sincero nel dirvi che non mi ricordavo questo passaggio e questa preghiera, dove Abramo manda il suo servo fidato a cercare moglie per il figlio Isacco, e il servo fa questa preghiera che abbiamo letto, ecco mi ha colpito molto che la volontà di Dio sarà in colei che darà da bere non solo al servo ma anche ai dieci cammelli…
Mi sono chiesto il significato del segno; ad una lettura immediata l’ho visto come una affermazione strana o almeno insignificante… Poi però, riflettendoci un po’ di più, mi sono detto che per una persona che vive nel deserto il cammello è una certezza e una sicurezza che deve essere riconosciuta e valorizzata: per un beduino il cammello ti permette di non portare tu dei pesi, ti alleggerisce il viaggio potendoci sedere sopra, ha una resistenza oltre l’umano, non da ultimo ti fa compagnia… E più sono, meglio è per te…
Probabilmente starai a chiederti cosa c’entra tutto ciò con la festa della Pasqua dove il Risorto è esperienza di eternità… Certamente non mi permetto di vedere una similitudine con il cammello, però è un augurio per ciascuno di noi, non solo nel poter avere una compagnia di amici che percorra insieme la strada dell’umano verso l’incontro con Cristo Risorto, ma anche avere la sensibilità richiesta dal servo di una persona che non solo dia da bere a lui, ma anche ai cammelli, che oggi potrebbero essere le persone che ci stanno accanto, che portiamo nel cuore, che affidiamo a Dio… E più sono, meglio è per te…
Questa donna, Rebecca, che sarà la futura moglie di Isacco, per dare da bere anche ai cammelli vuol dire che il riconoscimento della preziosità di avere dei cammelli è certamente maggiore della fatica di andare più volte al pozzo a prendere acqua… Possiamo dire che la sua vita non è centrata solamente su di sé, ma che invece si accorge di chi intorno a lei ha bisogno, è nella necessità, insomma gli vuole bene!!
E Gesù Risorto forse non è così con noi?!?!
L’augurio per questa Santa Pasqua è proprio questo: alla fatica della quotidianità anche nelle cose ordinarie che spesso ci portano a farle con fatica e lamentandosi oppure a cercare scorciatoie per raggiungere la felicità, possa esserci di più l’accogliere la preziosità e la promessa propria della Pasqua, dove l’accogliere il dono della fede di chi ci sta intorno sia proporzionale al desiderio di dire la propria fede a chi bussa alla nostra porta in cerca di felicità… il servo e Rebecca scoprono l’ignoto che si prende cura di ognuno di loro, nel dare sì sicurezza, preziosità, ma soprattutto compagnia, indispensabile per passare il deserto ed arrivare al pozzo d’acqua per la vita eterna…  L’augurio è di avere il desiderio di Dio, camminando insieme per accoglierlo mentre percorriamo la strada, come i discepoli di Emmaus… Buona Pasqua e buon cammino…
don Paolo

Domenica prossima…

È la prima del mese. Ricordiamoci di chi ha bisogno! Servono in particolare tonno e latte.

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